martedì 31 maggio 2016

IL COSTUME TRADIZIONALE DI CARDETO E L'IMPORTANZA DELLA BALIE CARDOLE

tratto da NUOVA ANTOLOGIA SCIENZE, LETTERE ED ARTI ANNO XIX SECONDA SERIE - VOLUME QUARANTATREESIMO Della Raccolta, Volume LXXIII - 1884 ROMA
"Il circondario di Reggio non conserva i vecchi costumi che a 
Cardeto, le cui donne, famose per bellezza, son cercate come nutrici 
dalle ricche famiglie che per oro domandano la vigoria dei loro nati 
alle belle cardòle. Un proverbio sentito a Scilla da un appaltatore 
di strade che mi era vicino a tavola, ubbriaco fradicio malgrado la 
neve che io gli ficcava furiosamente nel bicchiere più per annac- 
quargli il vino che per temperarne gli ardori, dice che " latte e miele 
dal mangiare viene, „ e la signoria reggina mantiene a largo pasto 
le nutrici cardole, che dal campo nativo portano solo, per così dire, 
il fusto d'una bellezza e d'una robustezza rara che ben nutrita si 
estrinseca in una forma greca di cui avrebbero invidia anche le ti- 
riolesi. Portano esse il costume greco misto di Calabro e di siculo : 
hanno la gonna verde e il corpetto rosso tagliato a foggia masco- 
lina, rotto sul davanti e allacciato con una cordicella a puntale di 
rame o d'acciaio sulla camicia abbottonata da grossi bottoni di me- 
tallo bianco, su cui pende il famoso catenaccetto : sul capo la clas- 
sica tovag'ia che scende sulle spalle e disegna nel davanti un paral- 
lelogrammo in mezzo a cui lampeggia il viso magnifico e tentatore : 
le maniche rotte nel gomito da cui esce un rigonfio della camicia 
son tenute insieme da nastrini rossi o azzurri. Pel caldo grande 
vanno in manica di camicia come le albanesi, nell'inverno portano 
una grossa giubba a doppia fila di ottoni . . se pure può esserci 
inverno a Cardeto e nella piana di Palmi. Tale essendo pure il co- 
stume con lievi varianti di Bova, di Siderno, di Gerace e di Gioiosa 
Jonica, c'è da credere che la foggia di vestire delle cardòle sia d'o- 
rigine greca, se non «co greci tutti i cardòli, come è certamente 
greco il costume dei pastori che ho più sopra notato. "

giovedì 21 maggio 2015

BRUNO MEGALE, ORGOGLIO CARDETESE, E' NEO QUESTORE DI CALTANISSETTA!

ARTICOLO TRATTO DA: http://www.gazzettadelsud.it/news//143183/Il-nuovo-questore--e-Bruno.html

Arriva da Milano dove ha guidato la Digos, conducendo importanti inchieste sul terrorismo tra cui quella che ha portato allo smantellamento di un gruppo inquadrato all'interno delle nuove Brigate Rosse. Si è occupato anche di terrorismo islamico.


E' Bruno Megale, 49 anni, il nuovo questore di Caltanissetta, si insedierà lunedì mattina, al posto dell'agrigentino Filippo Nicastro, andato da poco in pensione. Originario della provincia di Reggio Calabria, Megale sarà il più giovane questore d'Italia. Arriva da Milano dove ha guidato la Digos, conducendo importanti inchieste sul terrorismo tra cui quella che ha portato allo smantellamento di un gruppo inquadrato all'interno delle nuove Brigate Rosse. Si è occupato anche di terrorismo islamico, coordinando le fasi dell'arresto dell'imam Abu Omar, il 17 febbraio 2003. Pochi giorni fa la Digos milanese, sotto il suo comando, ha arrestato il marocchino di 22 anni Abdelmajid Touil, ricercato perché sospettato di essere coinvolto nell'attentato al Museo del Bardo a Tunisi.
(ANSA)


venerdì 13 marzo 2015

La Leonida Edizioni pubblica il Cardinale Tripepi!

articolo tratto da Strill.it

La Leonida Edizioni pubblica Il cardinale Tripepi – un interprete dei tempi nuovi a cura di Maria Pia Mazzitelli e Pasquale Triulcio. Dalla prefazione a cura di Giuseppe Fiorini Morosini Arcivescovo di Reggio Calabria – Bova Il bisogno di ritornare alla storia per recuperare volti e avvenimenti del passato per gli individui e le comunità non è assolutamente rimpianto per ciò che è stato e non è più, ma piuttosto lo sforzo di sorreggere la fiducia in se stessi e nella propria capacità di continuare a costruire storia e cultura. Riproporre le glorie del passato è come creare le premesse per dare consistenza alla speranza di un futuro che vogliamo sempre migliore. È stata questa la riflessione fatta leggendo il testo manoscritto di questa raccolta di contributi, opere di diversi autori, sulla figura e l’opera del cardinale Luigi Tripepi (1836-1906), originario di Cardeto, provincia di Reggio Calabria. Sono convinto che lo studio della storia non solo impedisce di ripetere gli errori del passato, ma ci dà anche la forza di costruire futuro. Quando ho iniziato il mio ministero di Vescovo qui a Reggio Calabria, ho affermato che mi sarei impegnato a contribuire a dare speranza alla città e alla diocesi, attraverso tutte le espressioni della vita diocesana. Anche l’archivio storico, la Biblioteca e il Museo possono svolgere un ruolo in tal senso. Ma la speranza non può essere una vuota parola. Per essere forza trainante ha bisogno di punti fermi ai quali ancorare le trame di una tela di iniziative atte a rendere credibile la promessa di un futuro migliore. Il ritorno alla cultura è uno di questi punti fermi. La cultura storica ci consente di riportare alla luce personaggi e avvenimenti che sono stati espressione di vitalità e di operosità nel passato e lo sono tuttora, perché il loro ricordo imprime a chi studia una forza innovativa veramente straordinaria, soprattutto se consideriamo l’impulso vitale che essi hanno dato al loro tempo […] - 

http://www.strill.it/calabria/2015/03/la-leonida-edizioni-pubblica-il-cardinale-tripepi-un-interprete-dei-tempi-nuovi/#sthash.YvduQc3M.dpuf

mercoledì 18 settembre 2013

STORIA DELLA MADONNA DELLA CONSOLAZIONE DI REGGIO CALABRIA

"Una delle feste più importanti della provincia di Reggio Calabria è quella della Madonna della Consolazione, che si celebra nel capoluogo reggino la prima domenica dopo l'8 settembre di ogni anno.

La prima celebrazione nota della festa risale al 21 novembre 1592, conseguentemente al primo soccorso mariano al popolo di Reggio Calabria durante la peste che colpì Messina nel 1576 e che si protrasse poi per molti anni.
Per quanto riguarda le origini, secondo la tradizione un quadro della Madonna sarebbe stato ritrovato da un contadino mentre zappava la terra.
La leggenda vuole che il dipinto, trasportato più volte nel Duomo della città, riappariva miracolosamente presso il luogo dov'era stata ritrovato e dove poi sarebbe sorta la basilica dell'Eremo, nella quale il quadro viene ora custodito.
Ogni anno, all'inizio dei festeggiamenti e fino alla domenica successiva al 21 novembre, l'immagine viene trasferita dalla basilica dell'Eremo al Duomo di Reggio Calabria, e a tal fine viene stilato un contratto tra il parroco del duomo e il superiore della basilica.
Alla vigilia dell'inizio dei festeggiamenti molti fedeli si recano alla collina dell'Eremo, dove si trova il quadro della Madonna, che generalmente viene fatto risalire alla fine del 1400. 
L'usanza della veglia alla Madonna durante la notte che precede la discesa del quadro dall'Eremo al Duomo è molto antica, risale infatti al 1658.
Il giorno dopo il quadro viene portato di peso, sulla vara dai pescatori, da volenterosi e il corteo si avvia in città dove hanno inizio i festeggiamenti che si protraggono per ben cinque giorni consecutivi terminando con la processione. 
I festeggiamenti presentano alcuni elementi comuni ad ogni altra festa, quali luminarie, concerti bandistici, gare pirotecniche, ma anche elementi particolari, come le sfilate di carri allegorici con riferimenti a situazioni locali, l' offerta del Cereo, le danze dei ballerini di Cardeto (paesino nei pressi di Reggio), le esposizioni e le fiere dell'artigianato locale e nazionale, etc.
 Durante la processione, gli abitanti di Cardeto accompagnano il quadro, danzando al suono del tamburo, del tamburello e della zampogna.
Nella piazza antistante al Duomo, a processione ultimata, balleranno non solo i ballerini ingaggiati per l'occasione ma chiunque ne abbia voglia, purché sottostia rigidamente ai comandi del "mastru i ballu", indiscusso regolatore delle danze.
Altro particolare interessante che risale al 1693 è quello di innalzare 24 altari nelle piazze della città e agli angoli delle strade.
Anche l'uso di celebrare i "sette sabati precedenti" alla festa nasce in quell'anno e viene tutt'ora conservato.
L'offerta del Cereo risale al 1658 quando, essendo stata la città di Reggio immune dalla pestilenza (che aveva infierito nei due anni precedenti quasi in tutta Europa) grazie alla protezione della Madonna della Consolazione, fu stilato un atto pubblico in cui "stabilivasi", in tale occasione, "unanimiter et nemine discrepante" che i festeggiamenti  del 21 novembre al  santuario dell' Eremo,  dovessero essere fatti per
il futuro a spese della città e che, in quel giorno, dovesse essere offerto, all'altare della Vergine un gran Cereo, corrispondente al decoro della città "... ponendo in detto Cereo l'armi della città e rimettendo tanto le spese di detta festa, quanto di detto Cereo ai Signori Sindaci che pro-tempore saranno".
Il "Cereo" è una grandissima candela di cera stearica cinta da un nastro amaranto, il colore della città. Esso è posto al centro di una piccola portantina di legno e viene accompagnato all'altare della Cattedrale dal sindaco della città durante la celebrazione della Messa Pontificale.
In seguito i festeggiamenti furono spostati alla prima domenica dopo l'8 settembre, ma le loro modalità rimasero immutate."

CARDETO - U PAISI DU BALLU E DU SONU!!!

mercoledì 10 luglio 2013

MOUNTAIN BIKE A CARDETO!


Si è svolta domenica presso la fattoria Nuova Vita a Cardeto (RC), una manifestazione ciclistica in MTB, in cui il mix natura-agonismo-valori-divertimento ha dato origine ad una bella giornata di sport e socializzazione. Ci si potrebbe domandare, com’è possibile combinare tutti questi elementi in una gara in cui l'unico interesse è di sfidare se stessi e gli altri. Ebbene la collaborazione, tra l'ASD Cicloturistica 2001 per la parte ciclistica e l’Associazione Nuova Vita per la parte logistica e culinaria, ha trovato la ricetta giusta per portare tra i verdi boschi cardetesi non solo atleti, ma anche le loro rispettive famiglie. Si è puntato molto su quest’aspetto di unione sociale e valorizzazione del territorio, tant'è che al termine della gara i cinquanta partecipanti e altrettanti accompagnatori, si son intrattenuti in un pranzo ricco di sapori locali.
Tutto ciò si è reso possibile grazie alla collaborazione dell'ASD Cicloturistica 2001 con la Fattoria Nuova Vita (che attribuisce origine al nome dell'evento) che ha messo a disposizione le proprie strutture per ospitare i ciclisti e promuoverle per qualsiasi altro evento connesso con la natura. Per quanto riguarda la cronaca della corsa, tra i ciclisti provenienti da tutta la Calabria, ha avuto la meglio il palmese Zangari Eugeniodell'ASD Mtb Palmi, giunto al traguardo a braccia alzate insieme al compagno di squadra Mazzullo Antonio. Entrambi sono arrivati per distacco sul terzo classificato, Nostro Antonino, atleta della Cicloturistica 2001, il quale ha resistito al forcing iniziale e un problema tecnico al freno anteriore lo ha penalizzato nella discesa. Nelle Categorie Giovanili, Primavera e Debuttanti vincono Tramontana Francesco e Richichi Davide entrambi della Cicloturistica 2001. Vanno elogiati coloro che per la prima volta si cimentano in una gara rispettivamente, dal più giovane Mangiola Antonio 3° di categoria, De Simone Paolo e Caracciolo Santo quest’ultimo ritirato per una foratura.
Il circuito di 10 km ripetuto per tre volte, su cui si snodava il percorso toccava diverse frazioni tra cui quella della metropoli mai realizzata di Cardeto Nuova, sono stati presenziati dai vigili Manti e Vita della Polizia Municipale, dai Carabinieri e da personale medico del 118 insieme ai volontari della Misericordia e della Protezione Civile. La giornata è stata magistralmente coordinata da Pierino e Giovanni Fotia per la parte logistica e per quella sportiva dalla Giuria Presieduta da Russo e Cannavò dell'ACSI Settore Ciclismo di Reggio Calabria Ente tra i più importanti per la promozione sportiva amatoriale di riferimento nella provincia reggina. Domenica si è dimostrato come sport e valori possono ancora coesistere nonostante le rivalità, e il ciclismo ne è un'indiscussa ma sottovalutata bandiera, rimasta piantata (purtroppo) solo per un giorno in questa meritevole terra aspromontana. L’impegno verbale del Sindaco di Cardeto Pietro Fallanca, per Ottobre mese della sagra della Castagna di proporre un evento ciclistico che coinvolge il centro abitato e i comuni adiacenti.

CARDETO CUP! GRANDE SUCCESSO!

riporto dal sito ntacalabria.it


Si è conclusa domenica 16 giugno la prima edizione del Torneo Cardeto CUP. La manifestazione, ideata dall’Asd Circolo Nuova Vita di Cardeto, in collaborazione con la Lega Calcio UISP di Reggio Calabria, si è svolta in località “Donne” presso la struttura polifunzionale dei fratelli Fotia.
<Primi calci e Pulcini
, è stata un’occasione – dichiara, il responsabile del settore giovanile UISP Luigi Marrapodi – per trascorrere una giornata di sport associata ad una gita fuori porta in un ambiente gradevole e ospitale>>.
I piccoli atleti impegnati dalle prime ore della mattina si sono scatenati nel prato naturale dell’impianto sportivo fino alla meritata pausa del pranzo, degustando insieme a dirigenti e genitori la cucina tipica locale dell’apprezzato chef Francesco Fortugno. <plauso
 pertanto, – continua Luigi Marrapodi – al Circolo Nuova Vita di Cardeto ed a tutto il loro staff per l’iniziativa intrapresa, che sarà ripropostaanche per il futuro>>. La conferma arriva dal responsabile della manifestazione Giovanni Fotia il quale ha dichiarato che <>.
Cardeto CUP Segato Viola 300x225 Cardeto Cup, grande successo
Cardeto-CUP-Segato-Viola
Al termine, ricca premiazione per le società ed i ragazzi, e appuntamento al prossimo anno per conoscere la scuola calcio, che iscriverà il proprio nome, dopo il doppio titoloconquistato quest’anno dallaScuola Calcio Segato Viola nelle rispettive categorie Primi calci e Pulcini.

mercoledì 12 giugno 2013

Un ottimo risultato!!!!

Dal sito Strill.it


Sabato 18 Maggio u.s., in località "Castanea" di Cardeto è stato effettuato il primo lancio di Torymus sinensis, antagonista naturale del cinipide galligeno del castagno, l'insetto dell'ordine degli imenotteri originario della Cina, introdotto accidentalmente in Italia (Piemonte) nel 2002 e che in questi ultimi tre anni ha infestato pesantemente i boschi di castagno della Calabria.
Dryocosmus kuriphilus Yasumatsu (Hymenoptera: Cynipidae) è un fitofago ed è considerato l’insetto più nocivo per il castagno a livello mondiale a causa del veloce deperimento delle piante che attacca. È detto galligeno perché induce la comparsa di ingrossamenti tondeggianti, detti galle, su germogli e foglie delle piante colpite in cui la sua larva compie il ciclo vitale. Oltre alla formazione delle galle, il cinipide causa anche l'arresto della crescita vegetativa e una forte riduzione della fruttificazione. Negli ultimi anni gli attacchi del cinipide galligeno alle coltivazioni di castagno ubicate nei vasti territori montani stanno comportando, appunto, un’evidente riduzione della produzione con pesanti ricadute sotto l’aspetto economico e occupazionale del comparto. Una problematica molto seria che sta interessando, purtroppo, anche l’area montana del territorio di Cardeto.
Il rilascio dell'antagonista è stato possibile grazie all'intervento del Consorzio Forestale dell'Aspromonte e del suo presidente, Francesco Fortugno, che ha aderito all'iniziativa denominata "Torymus per i Castagni Monumentali" promossa dalla Società GreenWood Service di Torino, finalizzata ad effettuare gratuitamente dei rilasci (100 femmine e 50 maschi) di Torymus sinensis sui 20 castagni più importanti d'Italia, veri e propri patriarchi che hanno accompagnato i nostri avi nei secoli passati. Il bosco di castagni ultracentenari della località "Castanea" di Cardeto, localizzato a circa 1.000 metri slm, ed in particolare il maestoso castagno denominato "Mangiaterra" dell'età stimata di oltre 170 anni e con più di 2 metri di diametro, è riuscito ad entrare in graduatoria e a beneficiare del rilascio.
Gli insetti, arrivati giovedì 16 Maggio in apposita borsa termica da Torino, sono stati opportunamente custoditi in cella climatica da Elvira Castiglione, responsabile del Laboratorio Entomologico "Emozione natura: un mondo di Insetti" e collaboratrice del Consorzio Forestale, che ha potuto anche riprendere e documentare le fasi del rilascio, la distribuzione degli insetti sulla pianta e la parassitizzazione dell'antagonista naturale la cui larva, una volta formata all’interno della galla provocata dal cinipide, si nutre di quella dell’insetto aggressore, uccidendola.
L'ubicazione della pianta, collocata in un territorio a forte vocazione castanicola, si ritiene in grado di assicurare, nel tempo, una diffusione naturale “dell’insetto utile” in areali più ampi già interessati dall’infestazione del cinipide. La distribuzione di Torymus, comunque, potrà dare i primi risultati quando il numero degli individui comincerà a salire; ciò avverrà in maniera graduale nel corso dei prossimi anni.
Il presidente Francesco Fortugno, nel ringraziare la Società GreenWood Service per l'inclusione in graduatoria del castagno, si è fatto promotore di una campagna di informazione della cittadinanza sulle buone pratiche per un efficace controllo di questo pericoloso parassita, al fine di ridurre i danni da esso provocati entro limiti accettabili. In particolare, sarà messo in evidenza che è assolutamente necessario non rimuovere dalle piante le galle, perché potenzialmente parassitizzate dall’insetto utile, che non si dovranno effettuare trattamenti chimici nei castagneti e che non bisognerà distruggere, bruciare o asportare il fogliame e gli scarti di potatura prima della fine di maggio del prossimo anno, in modo da non interferire in alcun modo con la presenza dell’antagonista e da favorirne la più larga diffusione.

martedì 14 maggio 2013

C'era una volta.......


foto di Saverio Barbaro
“Inerpicato sopra di una solida roccia, sul fianco di una splendida vallata, sorgeva un paese, d’epoca bizantina, che fu per quasi mille anni, il giardino più bello di una ben più grande e famosa città fortificata di cui fu il casale principale. D’aria purissima, vi cresceva albero d’ogni sorta, piante d’ogni specie e l’operosità delle proprie genti era rinomata in tutta la valle. Vi erano terrazzamenti coltivati; Alberi di castagno, di gelso, di noce occupavano interi crinali e nei punti più bassi abbondavano i vigneti e gli ulivi. I continui rintocchi dei campanacci delle pecore echeggiavano in tutta la valle e non vi era pascolo libero nel raggio di 10 chilometri. I baroni ed i principi della vicina città regia facevano a gara per averle queste terre, ma non tutti potevano beneficiare di questa immensa fortuna.
L’acqua riempiva ogni vallone ed il fiume cavalcava l’intera vallata. Il torrente, che sgorgava abbondante tutti gli anni, alimentava un susseguirsi di più di tredici mulini che macinavano grano a ritmo continuo. L’industria della seta trovava qui il suo terreno più fertile. In ogni contrada si allevavano bachi da seta ed ogni contadino, che possedeva dei gelsi, arrotondava così le proprie entrate. La seta stessa poi, lavorata in un apposito battitoio di imponenti dimensioni, l’unico della valle, veniva venduta ai mercanti e vestì i nobili di mezza Europa per più di duecento anni.
La povera gente, invece, soleva vestirsi con capi di lana o di orbace (un tessuto ricavato dagli scarti della lana e dalla ginestra) realizzati con abile maestria dalle donne più esperte.
Nelle occasioni più importanti si sfoggiavano i vestiti più belli che si possedevano, i cui colori particolarmente sgargianti divennero, e lo sono ancora, famosi in tutta la provincia. Si usava danzare per ore e ore, e quando ci si riposava, i più abili cantastorie, si esibivano in gare di rime e di terzine rievocando l’antica e mai dimenticata arte omerica della poesia!
Le nostre donne erano vantate, per le loro abilità nel ballo e nel canto, in tutti i casali della regione e molti scritti a proposito, lo testimoniano. Erano anche delle instancabili nutrici ed a loro venivano affidati i figli delle persone più ricche affinché facessero loro da balie. Il loro petto abbondante era sinonimo di salute e di un benessere che erano in grado di trasmettere ai lattanti.
Le più giovinette camminavano per miglia, con i panieri in testa sul cercine, per vendere i prodotti della terra alle fiere settimanali che si svolgevano a fondo valle!
Ed anche lì erano le più ricercate! La bontà dei nostri prodotti era decantata in ogni angolo della città!
La natura con noi era stata veramente magnanima!

Oltre ai parroci ed ai ditterei delle tre chiese del paese, una delle quali era ornata da un bellissimo quadro della Madonna,  abitavano la valle anche delle monache ortodosse eremite. Si dice che fossero qui dall’anno mille e vi resistettero fino alla fine del XVI secolo! Poi, le ultime due rimaste, insieme alla loro badessa, lasciarono spazio ai monaci cattolici. Il loro piccolo convento era meta di pellegrinaggio per i Casali vicini. In tutta la provincia vi erano solo altre cinque abazie dello stesso ordine. Alle porte del paese, invece, sorgeva una piccola abazia il cui canonico, di famiglia nobile, era un illustre ed influente personaggio della città capoluogo. La chiesa, di cui era l’abate, fu, addirittura, la prima commenda di un famoso Ordine di Cavalieri Gerosolimitani di tutto il Regno! Più di 1400 pecore e 60 vacche pascolavano nelle terre qui vicine e numerosi erano i popolani che lavoravano nelle terre di sua proprietà.
Sopra quest’ultima abazia dominava, in posizione panoramica, una torre di tre camere sovrapposte, la cui vista arrivava fino al mare!

Risalendo la vallata, invece, il corso del fiume diveniva più aspro ed una famosa strada (la chiamavano Dromo), che veniva dalla costa, si congiungeva con quella che era la strada più usata dai mercanti cittadini per raggiungere gli altopiani d’Aspromonte. Si risalivano le cime per tagliare la legna di boschi inesauribili o fare dei carichi di neve. Si proprio così, si vendeva persino la neve!! I tronchi dei nostri boschi rifornivano i cantieri navali del Regno e le forniture di neve erano richieste anche oltre mare.

Si parlava un’altra lingua, allora!
In tutti i sensi!
Conservavamo ancora un avito linguaggio che i nostri padri avevano raccolto in eredità dai nostri nonni, che a loro volta lo avevano appreso dai loro padri, e cosi via dicendo a ritroso per secoli e secoli!!!

Eravamo sopravvissuti a calamità di ogni tipo! Terremoti, epidemie, alluvioni, carestie, morbi! Avevamo subito di tutto e nonostante ciò eravamo sempre sopravvissuti!

Oggi i terrazzani, i massari, i vaticali, le nutrici, le balie, i cantastorie non ci sono più! Le terre sono abbandonate, i vecchi borghi paiono cimiteri, i gelsi sono quasi estinti, gli alberi di noce irraggiungibili per l’erba alta, i vigneti incolti, gli ulivi non curati e di grano non se ne macina più!
I conventi hanno fatto spazio a costruzioni nuove, le vecchie case in pietra al cemento armato ma soprattutto la rassegnazione all’entusiasmo ed il ricordo di questa splendida storia durata un millennio pare sia svanito in poco meno di due generazioni!”

Questa storia è la nostra!
RIPRENDIAMOCELA!

di Francesco Trunfio

giovedì 2 maggio 2013

Il cardinale Luigi Tripepi - Un calabrese principe della chiesa

di Massimo Rodà

Alle 17 e 30 di sabato 29 dicembre 1906, si concludeva inaspettatamente, a settant’anni, la giornata terrena del cardinale calabrese Luigi Tripepi a meno di ventiquattr’ore dall’insorgere di un ictus cerebrale emorragico che l’aveva sorpreso nel sonno.

Il suo nome ricorre frequente in convegni e seminari di studio che lo registrano in tante parti del mondo come fonte di sapere e di riferimento.

Recentemente, la rivista americana Living tradition, sotto il titolo Early vatican responses to evolutionist theology, ha pubblicato un lungo studio del professore Brian W. Harrison, ordinario di teologia all’Università Cattolica di Portorico, nel quale Luigi Tripepi ed i suoi scritti sono stati ampiamente richiamati a sostegno dell’ortodossia cattolica, contro i tentativi emergenti di applicare anche alla creazione la teoria evoluzionistica di Charles Darwin.

Il vasto orizzonte culturale, unanimemente riconosciutogli già in vita, che Luigi Tripepi aveva conquistato giorno dopo giorno, attraverso una non comune accettazione del sacrificio, con il suo carattere determinato e risoluto, da vero calabrese, gli aveva spalancato le porte della stima e della fiducia dei papi, da Pio IX a Leone XIII a Pio X, i quali lo colmarono di incarichi sempre più importanti e delicati, e dal 1901 lo chiamarono ad ammantarsi della porpora cardinalizia, mentre già come Sostituto coadiuvava il celebre Segretario di Stato, cardinale Mariano Rampolla del Tindaro.


Una vita dedita alla studio…

Mons. Tripepi era noto nel mondo letterario e scientifico per la vasta erudizione e l’acuto in­gegno. Fu autore di circa duecento opere di carattere teologico, morale, storico e apologetico, scritte oltre che in italiano, anche in latino, greco, francese, inglese, ebraico e tedesco (tante erano le lingue che conosceva).

Una delle sue prime opere, una raccolta di sonetti latini e greci dal titolo L’arpa d’un calabro, pubblicata nel 1866, fu tradotta in 30 lingue e lo fece conoscere anche fuori dai confini d’Italia.

Venuto a Roma giovane e avendo studiato con grandi sacrifici economici, conseguì la laurea in Scienze Sacre ed Ecclesiastiche all’Università Gregoriana, e la laurea in Diritto Canonico e Civile presso l’Università Lateranense.

Fu fondatore e direttore di una rivista quindicinale di apologetica, Il Papato, pubblicata dal 1875 al 1889 e raccolta in 42 volumi di 800 pagine ciascuno, in cui il dotto porporato si impegnò per la difesa del Papato e del potere temporale, raccogliendo da tutti i rami dello scibile umano le testimonianze atte a glorificare la grandezza e l’importanza millenaria della Chiesa Cattolica.


… e al servizio alla Chiesa

All’età di trentatré anni Pio IX gli offrì un vescovato in Calabria ma a quella proposta monsignor Tripepi rispose ringraziando e pregò di non essere allontanato dai suoi amati studi in Roma.

Da allora il Papa lo tenne in maggiore considerazione e la vita di Tripepi è stata un susseguirsi di incarichi e di nomine sempre più prestigiose: consultore della Sacra Congregazione dell’Indice nel 1879 e canonico della Basilica di S. Giovanni in Laterano, fu nominato nel 1882 Prelato Referendario di Segnatura e Prelato Domestico; nel 1884, Segretario del­la Commissione Cardinalizia per gli Studi Storici; nel 1885 canonico del Capitolo di San Pietro in Vaticano; nel 1892 fu nomina­to Prefetto dell’Archivio Vaticano, che aprì, per primo, alla cultura mondiale; nel 1894, segretario della Congregazione dei Riti; nel 1896 Sostituto alla Segreteria di Stato; fu inoltre Prefetto della Sacra Congregazione delle Indulgenze e Segretario della Cifra; Direttore deL’Osservatore Romano e Presidente della Pontificia Accademia di Religione Cattolica.

Il 15 aprile 1901, Papa Leone XIII lo creò Cardinale dell’ordine dei diaconi, titolare di S. Maria in Domnica.

In precedenza era stato anche ablegato pontificio in Portogallo, incaricato di portare la berretta cardinalizia per il vescovo di Oporto, Americo Ferreira dos Santos Silva, il primo giugno 1879.

L’Osservatore romano del 18 giugno descrisse le accoglienze trionfali riservate all’ablegato del Papa, in Spagna prima e in Portogallo poi, in riconoscimento della vasta cultura, della quale era portatore, già nota in buona parte del mondo cattolico sia europeo che latino-americano.

In quel trionfale viaggio Tripepi ebbe in dono dalla Regina Maria Cristina di Spagna un calice d’oro tempestato di preziosi, con quattro maioliche raffiguranti i quattro evangelisti, calice d’inestimabile valore che mons. Tripepi, nel giorno della sua elevazione alla porpora – 15 aprile 1901 – mandò alla chiesa parrocchiale di Cardeto, “diletto paese natìo”.

Egli, infatti, non cessò mai di dichiarare un grande, filiale affetto per “Cardeto mia patria”, gli dedicò molti dei suoi scritti, destinò ai bisognosi, in varie occasioni, parte delle sue sostanze. A Cardeto voleva essere sepolto, ma il suo desiderio poté realizzarsi solo ottantasette anni dopo la sua morte, ed oggi i suoi resti riposano nella sospirata sepoltura a Mallemace di Cardeto, vicino alla Madonna Assunta e vicino alla madre, che giace accanto all’altare del piccolo santuario.

lunedì 29 aprile 2013

FONDAZIONE DELLA COMMENDA DELL'ORDINE DI MALTA A REGGIO (1644)



Nel raduno della “Veneranda Lingua d'Italia”, tenuto a Malta il 22 aprile 1643, il commendatore fra' Carlo Aldobrandini con licenza del Gran Maestro Giovan Paolo Lascaris Castellar comunicò che il canonico e tesoriere della cattedrale di Reggio Abate Lelio Furnari Monsolino di 72 anni, il quale aveva ricevuto solo gli ordini minori, per la sua “somma devozione verso la Religione Gerosolimitana” si proponeva di fondare a Reggio una commenda col reddito annuo di 500 ducati da beni stabili e capitali, il cui valore ascendeva a 12 mila ducati. La particolare devozione del canonico verso l'Ordine Gerosolimitano era motivata anche dal fatto che in essa avevano militato i fratelli Giuseppe e Paolo e il nipote Carlo.

Nell'assemblea furono pure esposte le condizioni stabilite dal Furnari.

Suo nipote Nicolò, di anni 25, doveva essere ricevuto come cavaliere per grazia “senza far prove né pagare passaggio” e doveva essere nominato primo commendatore. Il fondatore si riservava il diritto di nominare altri due successori al nipote Nicolò Monsolino col diritto di essere pure accolti come cavalieri e commendatori. Dopo la morte di Nicolò e dei suoi successori la “Lingua d’Italia” avrebbe potuto disporre liberamente sull'assegnazione della Commenda.

La “Venerabile Lingua” accolse la proposta della fondazione e nominò commissari fra Pietro Salonia e fra Antonino Carafa con l'incarico di esaminarla e di riferire il loro parere. Delegò pure come procuratori i fratelli Girolamo Marulli e Carlo Gattola col compito di recarsi a Reggio per visitare i terreni assegnati in dotazione e di fare una relazione sulla loro consistenza.

In una successiva assemblea tenuta il 28 maggio 1643 i due procuratori esposero i risultati della loro visita con la stima dei beni. Il giardino sito a Gallico in contrada Scacchieri valeva 2.417 ducati. Pure a Gallico un altro giardino in contrada Sant'Antonio aveva il valore di 327 ducati. In esso vi era una torre con tre abitazioni sovrapposte, circondate da un muro e adibite alla lavorazione della seta, il cui valore ascendeva a 700 ducati. Un altro fondo in località Malavendi valeva 627 ducati e un'altro stimato 105 ducati era in contrada Fornace. Nel giardino di Cardeto, chiamato Serra, vi erano gelsi, olivi, viti e alberi fruttiferi. Il suo valore ascendeva a 2.996 ducati con una rendita annua di 254 ducati. In esso vi erano due case per allevare i bachi da seta e una torre con tre camere sovrapposte. Le due case valevano 80 ducati e la torre 130. Vicino alla torre vi era un “battitoio” o “battibanderi” per ripulire gli erbaggi e la seta. Nel giardino in contrada Cesis vi erano piante di agrumi, gelsi e alberi fruttiferi. In esso vi erano una torre e una casa circondata da muro e con tre ambienti nei quali venivano allevati dei bachi da seta. Il valore della casa era di 1.620 ducati e il reddito annuo ascendeva a 92 ducati.

Il palazzo di Reggio con cortile e pozzo d'acqua aveva due porte che si aprivano una sulla piazza di San Nicola e l'altra sulla piazza della Madonna del Carmine. Nel pianterreno vi erano sette camere, la dispensa e un posto per la carrozza. Nel piano superiore vi erano cinque camere e un corridoio e sopra di esso era costruita un’altra camera. Il valore del palazzo ammontava a 2.700 ducati e l'affitto annuo fruttava 120 ducati.

Sopra alcuni terreni gravavano degli oneri. Dal reddito del giardino di Cardeto si dovevano detrarre 6 ducati a beneficio dell’abbazia di Santa Maria di Trapezometa e altri 20 dai frutti di un mulino sito nella stessa località. All'altare di San Silvestro nella chiesa di San Nicolò andavano 11 ducati ricavati dal reddito di un giardino di Gallico. Altre somme furono assegnate sopra censi. Giustino Dionisio di Cardeto doveva versare 20 ducati l’anno per un mulino che aveva acquistato per 200 ducati dall’abate Monsolino con atto del notaio Giovan Cola di Sant’Agata. Giambattista e Marzio Barreca di Reggio erano soggetti al pagamento di l5 ducati l’anno per il prestito di 150 ducati registrato con un atto del notaio Annibale Grandazzo. Sui beni di Diego Borrello di Sambatello del valore di 200 ducati gravava un censo di 20 ducati l’anno come risultava dagli atti dello stesso notaio.

I beni mobili inclusi nella donazione comprendevano tessuti pregiati, mobili, argenteria e quadri. Fra i tessuti figuravano numerose coperte di seta, raso e damasco ornate con frange e drappi per porte e finestre, di cui uno ornato con lo stemma gentilizio dei Monsolino. Tra i mobili furono elencati dei padiglioni lignei costruiti a copertura dei letti e ornati con tendine di seta e damasco, sei sedie rivestite di velluto e sei di pelle, uno scrittorio e una credenza di noce. Facevano parte dell'argenteria una brocca d’argento dorato con bacile del valore di 130 ducati, due bacili, due boccali con due sottocoppe stimati 220 ducati, una sottocoppa con un vaso e un bicchiere d'argento di 70 ducati, una saliera, una zuccheriera e un vaso per il pepe del valore di 100 ducati e due candelieri d’argento, la cui stima ascendeva a 70 ducati.

Nell’elenco dei quadri figuravano i ritratti del re Filippo IV di Spagna, del Granduca di Toscana, del cavaliere Monsolino, di Gran Maestri dell'Ordine di Malta e di altri personaggi. In una tela era dipinto un paesaggio. I quadri di soggetto religioso comprendevano il Figliol Prodigo, otto Santi eremiti, Sant'Antonio di Padova, Sant’Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio.

La relazione presentata dai commissari don Pietro Salonia e don Antonino Carafa fu esaminata dai procuratori fra Giacomo Marulli e fra Carlo Gattola. Essi dichiararono d'avere incontrato delle difficoltà perché non constava con quali titoli l’abate Furnari godesse della proprietà dei beni. Era perciò necessario soprassedere in attesa anche che Baldassare D’Amico, procuratore di Livia Geria, erede di Livia Serignano, rendesse conto dell’amministrazione perché la detta Livia aveva avuto come tutore l’abate, dal quale pretendeva quanto le spettava della propria eredità.

L'abate chiari la situazione dichiarando che si era rivolto più volte a Livia Geria per rendere i conti, ma essa si era sempre rifiutata. Egli era stato tutore solo per 33 giorni e non si era potuto accertare dell’esatta rendita della defunta Livia Serignano. Il vicario generale di Nicotera aveva fissato il valore dei beni in 2.000 ducati provenienti dalla vendita di 1.700 pecore e 70 mucche e la somma era stata consegnata a Livia Geria. L’abate teneva ancora in consegna alcuni gioielli d'oro e d’argento del valore di 632 ducati e si riteneva in obbligo di custodirli fino a quando la Geria non avrebbe soddisfatto i suoi doveri verso di lui.

L’abate espose anche il suo diritto sulle altre proprietà. Metà del giardino di Cardeto gli era pervenuta per successione del capitano Agostino Monsolino e l’altra metà per rinuncia dell’erede Laudamia Monsolino, sorella di Agostino. Il giardino in contrada Ceci era toccato alla suddetta Laudamia come parte dell’eredità paterna era stato poi ceduto in usufrutto al fratello capitano Giambattista, che alla sua morte l’aveva lasciato all’abate.

Di un giardino sito a Gallico fu presentato l’atto di acquisto e d’un altro nella stessa località fu mostrato lo strumento di donazione fatto da Livia Corni. Il giardino in contrada Malavendi l'aveva acquistato da Giovanni Domenico Michelotto. Il palazzo di Reggio era stato donato da Laudamia Monsolino al fratello capitano Agostino col peso di 40 ducati l’anno e dopo la sua morte era stato ceduto all’abate senza alcun onere di pagamento. Il possesso dei censi era dimostrato dalla documentazione aggiunta.

Contro l’abate fu presentata un’altra istanza da Ottavio Melissari, marito di Giulia Geria, il quale aveva inviato un testamento del 1612 a conferma del lascito di un giardino a Gallico fatto da Scipione Monsolino a beneficio del nipote Diego Strozzi.

Durante l'assemblea della “Venerabile Lingua d'ltalia” tenuta il 16 gennaio 1644 sotto la presidenza dell'ammiraglio Pietro Anselmi il commendatore Pietro Salonio e il cavaliere frà Francesco D'Afflitto riferirono intorno ad altri litigi e pretese sorti dopo la donazione. Laudamia Monsolino, erede dell'abate, aveva presentato un ordine emesso dal vescovo di Gerace ad istanza del procuratore fiscale della Camera Apostolica affinché venissero esaminati alcuni testimoni per conoscere se l’abate aveva fatto dei negozi illeciti e che cosa aveva disposto a favore dei figli spuri.

Contro la donazione protestarono pure, per mezzo del notaio Silvestro Raucio, Giulia Geria che aveva preso possesso del giardino sito in contrada Cesis, il marito Ottavio Melissari e fra Domenico Barone. Fu però verificato che i giardino era stato di proprietà di Laudamia Furnari, la quale aveva fatto donazione al fratello abate con l’onere di provvedere al suo mantenimento.

Altra questione riguardava il giardino di Cardeto, già proprietà del defunto Matteo Monsolino. Nella divisione dell'eredità una parte era toccata al capitano Agostino Monsolino e si pretendeva che essa spettasse agli eredi Domenico, Ippolita, Anna, Maddalena e Giovanni. In contrario fu presentato un decreto della Corte di Sant’Agata col quale era stato revocato il possesso agli eredi di Agostino Monsolino a favore di Laudamia, erede dell’abate. Contro le accuse di Giulia Geria e del marito Ottavio Melissari l’abate dimostrò pure che da 40 anni possedeva i beni siti a Cardeto e il giardino in contrada Cesis.(??)

A conclusione di tutte le prove, che documentavano il legittimo possesso dei beni, i commissari don Pietro Salomia e fra Francesco D'Afflitto giudicarono accettabile la donazione e chiesero che venisse confermata dal Gran Maestro e dalla Santa Sede. Era pure necessario inviare un cavaliere a Reggio per stipulare l'atto notarile. Fatta la votazione a scrutinio segreto fu incaricato di prendere il possesso dei beni fra Federico Gotto, ricevitore di Messina, per mezzo dei procuratori fra Girolamo Marulli e fra Euclide Bava.

La delega fu sottoscritta a La Valletta nell’isola di Malta il 30 gennaio 1644. A conferma del diritto di possesso furono consegnati ai delegati l’atto di donazione fatto dall’abate e rogato dal notaio Annibale Grandazzo il 22 agosto 1643 e l’atto di rinuncia della nipote Laudamia Monsolino fogato dal notaio Livio Laganà il 19 novembre dello stesso anno.

Il nuovo e definitivo atto di donazione fu stipulato a Reggio dal notaio Livio Laganà il 18 febbraio 1644 e venne sottoscritto dall'abate e dalla nipote col consenso e l'autorità del consanguineo Diego Strozzi.

Conforme alle condizioni poste dall’abate il nipote Nicolò Monsolino fu accolto come cavaliere dell’Ordine e venne investito del possesso della Commenda con l’obbligo di versare ogni anno al “Comun Tesoro” 40 ducati e di apportare tutti i miglioramenti possibili ai beni terrieri. Lo stesso Nicolò e tutti i successori nella Commenda ogni anno nelle feste di San Giovanni Battista e di San Nicolò dovevano cantare i vesperi e far celebrare una messa nella chiesa della Commenda. Essi godevano inoltre di tutte le prerogative, privilegi e indulti concessi ai commendatori dalla Santa Sede, dagli imperatori e dai principi cristiani.


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